Ho un debole per i primi dischi dei Duran Duran
Billy Corgan, Deftones, The Killers, Beck, Moby, Jonathan Davies [Korn] (vedere i link), per citarne alcuni (non tutti “poppettari” mi pare), a modo loro hanno reso omaggio a questa band che li ha influenzati, band tanto famosa quanto vituperata, sbeffeggiata, assurta a simbolo dei beceri, insulsi, edonisti e rampanti anni 80 (come se i 90s fossero stati migliori..tsk).
Lasciando perdere le considerazioni massmediatiche e sociologiche, “I primi dischi dei Duran Duran” raccolgono in se una buona parte delle sonorità che mi hanno dato un certo tipo di imprinting: una dinamica basso-batteria monolitica a metà strada tra il funk, la disco music ed il punk, chitarre come elemento organico al brano non come elemento protagonista alla Van Halen (respect!), suoni sintetici di tastiere ricercati senza virtuosismi, melodie killer, atmosfere estremamente disimpegnate e altre decisamente cupe, forma canzone classica e strutture ai confini del progressive, un mix schizofrenico, a volte geniale, di synth pop e dark rock.
Il tutto esaltato dalla dimensione visiva dei videoclip che sopratutto nei primissimi episodi può vantare raffinati cortometraggi dove la band non compare nemmeno in un frame (vedi The Chauffeur).
Ricordo che all’epoca (siamo intorno al 1985…) dai vinili ereditati dai fratelli maggiori, ascoltavo con il medesimo piacere “Whole lotta love” dei Led Zeppelin e “Careless memories” (Duran Duran, 1981) e nel mio piccolo mondo musicale ancora vergine non trovavo nulla di strano nel gasarsi per i riff di Jimmy Page e al contempo camminare lungo i sentieri onirici di “New Religion” (album “Rio”, 1982)…
Qualche anno dopo mi ritrovavo a rincorrere “Paradise city” dei Guns seduto alla batteria e 5 minuti dopo a scimmiottare col basso “Do you believe in shame?”…
In sostanza, mentre i vary trend musicali (il grunge, il brit-pop, etc) scorrevano piu o meno gloriosamente, lasciando meno di ciò che messianicamente avevano promesso, i Duran Duran sono rimasti, almeno per me, una presenza costante, mai uguale a se stessa: ogni disco (anche quelli meno famosi o pressochè sconosciuti degli anni 90, a parte la famosissima “Ordinary World”) mi ha sempre regalato qualcosa, anche nelle produzioni meno ispirate, rimanendo sempre visibili nel mio panorama musicale, accanto a molti altri, in quel fantastico turn-over di artisti, gruppi e tendenze che ha caratterizzato gli ultimi 20 anni.
Mentalmente essere estimatore di una band cosi osteggiata dalla critica mi ha abituato a pensarla contro-corrente, ad “ascoltare senza paraocchi” tutto o quasi, a non inseguire l’alternativo-radical-indie-chic in quanto tale, a trovare del buono in Kylie Minogue come nei Nine Inch Nails, in Tom Waits come in Tiziano Ferro, in Bowie come in Marilyn Manson ma non con lo spirito circense dell’alternativo all’alternativo bensì col piacere di “sentire” che ci sono suggestioni preziose a svariati livelli, sia che si tratti di canticchiare qualcosa sotto la doccia o avere una colonna sonora per i momenti di introspezione, tutto senza mistificazioni o snobismi.
Tutto questo mega pippone non per fare apologia dei Duran Duran, non sono certo la band migliore della storia… ma credo che la musica di Luftbrucke in qualche modo, più o meno volontariamente, rifletta la Forma mentis che mi son costruito, l’essere open-minded, stilisticamente coerente-incoerente, avere alcuni tratti precisi nei singoli episodi ma nel complesso essere nulla di precisamente catalogabile.
Bene, ho dato da mangiare al mio Ego anche oggi.



